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EDITORIALE - C'è crisi. A Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la località. Si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri. L'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se non fossero sorti, tanti e tali alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre... (segue pagine interne)

IL TERRITORIO ABBANDONATO: ...Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia... Giovanni Valentini - la Repubblica - 3 marzo 2011

sabato 30 agosto 2014

Indagato l’imam di San Donà

Istigazione all’odio in moschea 

Il prefetto di Venezia mette una task force a disposizione dei sindaci: controlli nei luoghi di preghiera e aggregazione. Cuttaia: «Non sono tollerabili i comportamenti che seminano odio». Layachi: «Ma non è nei centri islamici che le persone vengono reclutate


VENEZIA — «Oh Allah, contali tutti uno a uno, e uccidili fino all’ultimo uomo». I destinatari dell’invettiva erano gli ebrei, l’oratore era l ’ imam Abd Al -Bar r Al - Rawdhi, che aveva pronunciato
Abd Al -Bar r Al - Rawdhi
quelle parole lo scorso 1 agosto nel sermone del venerdì alla moschea di San Donà di Piave. Parole che sono costate l’espulsione quasi immediata dal nostro paese al 27enne marocchino, che ora rischia anche guai più seri: la procura della Repubblica di Venezia ha aperto un fascicolo su di lui per istigazione all’odio razziale, come ha confermato il procuratore capo Luigi Delpino. Non c’è dunque solo l’indagine sui cinque reclutatori di jihadisti in Veneto. In giorni di grandi tensioni sul fronte mediorientale, la procura veneziana si è mossa anche su questo secondo filone. E’ ovvio che le due accuse sono ben diverse: se per l’imam Al- Rawdhi si parla appunto di razzismo predicato di fronte agli altri fedeli, per quanto grave viste le tensioni di cui sopra, per i cinque si parla del ben più pesante reato di associazione con finalità di terrorismo, con pene che vanno fino ai 10 anni per chi vi partecipa e addirittura a 15 per chi se ne fa promotore.
Ma ciò dimostra che sul fenomeno l’attenzione della magistratura è continua, grazie da un lato al lavoro dei carabinieri del Ros, dall’altro ai poliziotti della Digos. Proprio questi ultimi hanno raccolto gli elementi che, presentati alla procura veneziana, hanno portato all’iscrizione sul registro degli indagati dell’imam di San Donà. Quest’ultimo, già lo scorso 6 agosto, è stato rispedito in patria con un volo diretto a Rabat, ma ora intende far comunque valere i suoi diritti. I suoi avvocati, la veneziana Valentina Valenti e il milanese Luca Bauccio, stanno infatti redigendo il ricorso al Tar contro il provvedimento amministrativo di espulsione e sono pronti anche a respingere le accuse della magistratura penale. «La vicenda è stata ingigantita e il nostro cliente ha ribadito che le sue affermazioni sono state fraintese», avevano spiegato fin da subito i legali, anticipando una nuova traduzione delle parole da parte di un esperto. L’argomento è comunque ancora caldo, come dimostra anche il fatto che ieri mattina se n’è discusso in Prefettura a Venezia nel corso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Già a partire dalla prossima settimana una task force di forze dell’ordine, vigili del fuoco e tecnici delle Usl controllerà le sedi utilizzate per la preghiera e per gli eventi «cultural-religiosi » (così come sono stati definiti) in tutta la provincia di Venezia. Solo, però, su richiesta dei sindaci. «La prima richiesta è arrivata dal Comune di San Donà – spiega il prefetto Domenico Cuttaia – ma la task force agirà in tutta la provincia. Già nei prossimi giorni spedirò una lettera a tutti i sindaci, chi fosse inte- ressato potrà scriverci per chiedere il nostro intervento e noi partiremo subito. I primi controlli? Entro la prossima settimana». Il contesto è quello di «misure di vigilanza preventive » per evitare che eventi quotidiani, come gli incontri di preghiera (musulmani e non, sia chiaro) «scivolino» in derive estremiste, come è accaduto nel caso dell’Imam di San Donà o possano aprire spazi di azione a fanatismi, come nel caso dei cinque jihadisti indagati. «La magistratura ha i suoi compiti – dice Cuttaia – a noi è dato quello del controllo in un contesto più ampio. Comportamenti atti a seminare odio e compromettere le leggi non sono tollerabili. Fermo restando il diritto, non messo in discussione, che esistano spazi di aggregazione delle persone in luoghi privati, l’osservanza delle regole comuni non può essere messa in discussione ».
E dunque? Arriveranno i controlli. Quelli dei vigili del fuoco per l’esistenza delle vie di fuga nei locali usati per la preghiera; quelli delle Usl per il controllo delle condizioni di igiene; quelli delle forze dell’ordine, in caso di comportamenti non rispettosi delle regole. «Dev’esserci una vigilanza costante, anche dei cittadini stessi che sono invitati a segnalare comportamenti sospetti – conclude il prefetto di Venezia – vale nella lotta contro le mafie, nella lotta alla delinquenza organizzata e dunque anche nella lotta contro il terrorismo, la task force agirà a tutela dei fedeli rispettosi delle regole e anche dei cittadini. La partenza immediata? Ha un significato simbolico. Vogliamo che sia chiaro a tutti che dall’osservanza delle regole non si può prescindere per nessuna ragione ». «I centri islamici? Non è lì che le persone vengono “reclutate », sottolinea però Kamel Layachi, imam delle comunità del Triveneto e responsabile nazionale del dialogo interreligioso della Comunità religiosa islamica italiana. Secondo la guida spirituale islamica, un ruolo fondamentale ce l’hanno internet e molti altri sistemi come i social network. «Questi sono usati molto di più - continua - Io credo che sia anche compito degli Imam dare ai ragazzi la capacità di filtrare questi messaggi. Di allontanarsi dai discorsi ideologici. Le comunità islamiche servono anche a questo, a dare ai credenti degli strumenti. Se esiste un dialogo e un’alleanza leale e affidabile stanno meglio tutti».

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