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EDITORIALE - C'è crisi. A Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la località. Si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri. L'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se non fossero sorti, tanti e tali alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre... (segue pagine interne)

IL TERRITORIO ABBANDONATO: ...Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia... Giovanni Valentini - la Repubblica - 3 marzo 2011
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domenica 7 settembre 2014

Jesolo - Il booking degli anni '70 fu apertura al futuro

Quando il Lido di Jesolo era all'avanguardia. 42 anni fa, nell'era delle cabine telefoniche, già si prenotava via computer. Il futuro di Jesolo iniziava il 15 marzo 1972 con questo articolo firmato da Gino Franzi che scriveva: "...accettare l'adeguamento ai tempi come fatto indispensabile al mantenimento degli equilibri raggiunti, al di sotto dei quali si vanifica ogni opportunità...". (Da JESOLO 2000, quindicinale di Turismo Cultura Attualità (Direttore responsabile Tino Corradini - Ufficio cronaca Gabriele Muti - Comitato di redazione Aldo Giannetti, Vittorio Pavan, Carlo Tagliapietra, Alfredo Tambosso, Franco Urbani) Dal numero ANNO I° - NUMERO 5 - 15 MARZO 1972, pagina 1)









Sede C.J.A. - marzo

L'assemblea del Consorzio Jesolano Albergatori ha deliberato, in sede di proposta, di adederire per il 1973 al CITEL SPACE BANK, sistema di riserve elettroniche per camere d'albergo.
   Che cosa sia il CITEL è comolessos descrivere, trattandosi di argomentazioni tecniche non sempre facile a presentare.
   Confessiamo di esserci avvicinati da principio con qualche diffidenza, di aver accantonato il problema inizialmente, e di averlo rispolverato quando all'interno della C.J.A si andava a varare la SEZIONE TECNICA PROMOZIONALE del CONSORZIO, le cui funzioni sono quelle di affrontare il mercato delle vendite per gli anni futuri.
   E' apparso evidente alla Commissione Tecnica prima, all' Assemblea del Consorzio dopo, che pere rimanere nella competizione necessitava abbandonare una metodologia che era stata valida per il passato, per entrare nel contesto dei metodi del giorno, adeguandoci a quel ridimensionamento tecnologico che andava raccolto senza troppe incertezze per una ragione di sopravvivenza del lavoro aziendale.
   Abbiamo assistito di recente ad una fusione di quattrocento compagnie di viaggio europee in un superorganismo di vendita capace di controllare l'intero movimento turistico europeo, abbiamo visto questo Konzern aderire, quale primo provvedimento, ai centri di prenotazione elettronica dotandosi di terminals ed esperti, rimettendo in discussione tutto un passato ed una linea che sembrava, appena un anno fa, una struttura perfetta ed efficiente, ma che alla luce della tecnica appariva improvvisamente arcaica e superata nella competizione di mercato.
   Anche noi... lo confessiamo, non avremmo immaginato, prima d'ora, che il sistema di vendita subisse tante e profonde trasformazioni, abbiamo esaminato i dati e la situazione oggettiva, finendo per accettare l'adeguamento ai tempi come fatto indispensabile al mantenimento degli equilibri raggiunti, al di sotto dei quali si vanifica ogni opportunità del rischio d'impresa er l'operatore economico attento ne conosce qualcosa.
   
I DATI
   
   Al 5 febbraio, l'Hotel Zeitung di Hannover precisava che presso il RIHA - Reservirungsburo International Hotel erano in rete oltre 7.500 aziende distribuite in tutto il mondo. Dall'Italia avevano già aderito alcune compagnie, come la  ITALHOTEL, la  BONNE-CHAINE, l'ETAP-HOTEL, la OPEN-ROAD, la TRUSTHOUSE ed altre.
   A Parigi, centro generale mdel sistema europeo dove sono funzionanti due complessi elettronici IBM 360, l'intera area europea si definiva "in rete" inoltre, ancora, allo studio c'erano i piani di collegamento con l'Europa est ed il potenziamento globale del piano mondiale del sistema di prenotazione.
   Per il C.J.A era anche questione di scelta e di tempi, ed in questo senso ci è venuta dall' assemblea l'autorizzazione a procedere.

COLLEGATI CON TUTTO IL MONDO

   Dato l'argoemnto tecnico della materia, forniremo alcuni dati che potranno chiarire meglio l'importanza della CITEL SPACE BANK.

Ogni albergo associato al sistema elettronico di prenotazione elimina nel tempo onerosi e spesso inutili scambi di corrispondenza, telex o telefonici esplicando attraverso i suoio centri di prenotazione il lavoroi di vendita delle camere d'albergo. Le aziende parte del sistema, forniscono al computer centrale informazioni sulla loro disponibilità per un intero anno, informazioni che vengono costantemente aggiornate dai centri di prenotazione collegati con i terminal a mezzo codice.
Qualsiasi terminal poi può accedere alle didponibilità di camere immagazzinate nel cervello elettronico della centrale ed ottenere in cinque secondi conferma scritta.
   Al richiedente il computer fornisce un quadro di notizie indicanti ubicazione, tariffa, attrezzatura, costo taxi dall'aereoporto all'albergo ed un codice pressochè illimitato di informazioni.
Qualora il tipo di camere richiesto non fosse disponibile presso l'albergo il computer risponderà istantaneamente dando indicazionbi su alberghi di analoga categoria, prezzo e confort, richiesti per la stessa data e per lo stesso luogo.

TROPPO AVANZATI

   Riteniamo di poter rispondere negativamente alla domanda. Siamo unicamente a contatto con la realtà del momento e dei tempi, siamo alla ricerca di nuna risposta ai metodi che ci vengono imposti dalla tecnologia del giorno, siamo, come dicevamo prima, a contatto del sistema.
Siamo del pari convinti che non sarà questa la soluzione trionfalistica delle nostre aziende e che ci porterà al tutto esaurito, questi sono atteggiamenti da visionari e sognatori che non ci interessano anche perchè ci nsiamo fermati su piani più modesti cercando di rimanere nella realtà.

Gino Franzi



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lunedì 1 settembre 2014

Quando il mare s'inghiottì la spiaggia

A FONDO PAGINA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO SULL'EROSIONE IN ZONA PINETA DEL 10 SETTEMBRE 2014

Fine gennaio del 971, d'un tratto arenile sparì. Il mare che scavava e si portava via la sabbia. Sembrava dovesse trascinarci via tutta la spiaggia, ed arrivare agli alberghi, all'ospedale, all'immenso parco dell'Istituto Marino, perfino nelle strade, nelle cantine, nelle case.

Nel ritaglio di giornale (Il Gazzettino del 3 febbraio 1971),  la foto della devastazione scattata da Tullio Granchi, lo stesso che d'estate sguinzagliava i suoi scattini (tra tutti Franco Cerbella e Giuliano Murador) per lungo l'intera via Bafile ad immortalare turisti in passeggiata, in quel grigio pomeriggio d'inverno fissò una spiaggia che spaventò tutti, forse spaventò, in quel momento, anche lui. In quell'anno il cucciolo di leone per convincere i villeggianti a farsi fotografare non aveva ancora fatto la sua apparizione, forse doveva ancora nascere mamma leonessa. Gli scattini ti chiamavano, tu li fissavi, prendevi sottobraccio la morosa o la turista tedesca, e loro: click! Poi ti davano un bigliettino colorato e numerato, con l'indirizzo del negozio "Foto Granchi", vicino a piazza Marconi.  A lato di "Pettinelli Sport", un po' piu' il là Cadamuro, il barbiere, in un negozio interrato che sapeva di lavanda, e di fronte al bar di Sotgiu, quello che poi d'inverno ci teneva tutti lì a giocare al pitocheto. Venti metri piu' in là la boutique di Ettore e Anita Jovinelli, all'angolo con via Meduse, dove ancora c'era la parrucchieria di William Castellani, la Galleria d'Arte Jesulum di Renato Colautti e Liliana Muti. Di fronte, nella piazzetta, l'Hotel Berlino dei Busanel, il cinema Delfino di Graziani che di li a qualche anno avrebbe sparato ad un suo rivale, uccidendolo. Lì vicinissimo, dopo piazza Marconi con il Centrale ed il Vittoria. Un po' più in giù la caserma della Finanza all'altezza dell' Albergo Rosa. Quell'inverno,con la sua Hasselblad, Granchi fissò un momento definitivo per il Lido di Jesolo. Era finito il dopoguerra, quando i Gobbo (Ivano, del ristorante "il Giardino" che poi anche lavorò nel cinema con Paolo Villaggio) sminavano la spiaggia. Era finita la bengodi. L'eccezionale sviluppo di Jesolo che partecipò in pieno al boom economico dal 1959 in poi. Tutto cresceva, tutto funzionava, tutto si vendeva fino, appunto, a quei giorni. Eravamo un divertimentificio. Ci trasformammo un una popolazione che guardava attonita la sua spiaggia ed implorante i suoi politici. Ci si accorse, allora, e qualche anno dopo avremmo avuto anche l'austerity, quella con le domeniche a piedi per risparmiare, di quanto tutto fosse effimero e che era indispensabile programmare, difendersi,  qualificarsi, ma soprattutto che quella splendida Jesolo, quella dei concerti di Patty Pravo e dei Camaleonti, quella del Muretto di Vasco Bettin, quella, precedente, dei balli alla terrazza del Bagni e Miramare, quella del Lido dei Lombardi, del Kursaal, stava per, inevitabilmente, cambiare. E' a questa foto che dobbiamo i pontili di oggi, quelli che, visti dall'alto, sembrano un pettine sdentato. Stanno ancora lì, di monito alle decisioni prese forse tardi e forse maluccio. Dovevan essere provvisori ed invece ancora pettinano la battigia. Quarantatrè anni dopo,quasi nove lustri di amministratori comunali, assessori provinciali e regionali, presidenti di associazioni di commercianti e di albergatori, i pennelli a mare, indefessi, fanno bella mostra di se, senza che nessuno sia riuscito ad arrivare a soluzioni diverse od alternative. Quanche interventino, lì, qualche altro là alla Ezio Greggio in Transilvania con il suo "Ulula, ululà, ululì). Il Caravelle con davanti  un bel muretto dighetta a fermare le onde e poi altro, ma nulla che appartenesse ad un progetto definitivo.
   La mareggiata fu devastante. Nel tratto di spiaggia che va dall'Hotel Tritone all'Istituto Marino esibì tutta la sua potenza. Mai tanta tristezza, neppure quando pezzi di Vajont, con frigoriferi e materassi e mobilia e qualche carcassa di animale vedevamo galleggiare sul Piave, sulla foce e di fronte alla nostra spiaggia. Neanche e  petoette ci avremmo mai più trovato, sulla nostra spiaggia, anche, se, in quegli anni, l' arenile era già stato definitivamente bonificato. Niente più dune, solo spiaggia ed ombrelloni in file giudiziose, come nemmeno i romagnoli hanno mai saputo fare.
   Secondo l'ingegner Schiavuta, incaricato dal Magistrato alle Acque nei primi anni '60, la soluzione sarebbe stata una diga foranea a 250 metri in parallelo dalla riva, con passeggiata a mare, e con studiate aperture atte a non interrompere il naturale gioco delle acque e delle correnti. La Diga, collegata a riva con dei ponti, avrebbe impedito l'asporto della sabbia, causato dalle maree e non dalle mareggiate. La soluzione fu giudicata non bella. Poi si giunse alla soluzione provvisoria dei pannelli a mare, che belli non sono, ma ancora stanno lì. Nel frattempo nessun progetto organico, se non quello della Città della Musica...

Gabriele Colautti

Riportiamo l'articolo fotografato nel ritaglio del Gazzettino sopra pubblicato:

Occorre difendere la spiaggia dal mare.  
La mareggiata che l'altra settimana ha colpito la spiaggia del Lido di Jesolo,
nel tratto compreso tra l'Istituto Marino e l'hotel Tritone, costringe gli amministratori
ed i rappresentanti dei vari enti a dover rispondere in questi giorni in considerazione
di un problema diventato di scottante attualità data l'ormai prossima apertura della
stagione estiva: la difesa dell'arenile. Il problema, purtroppo non è di oggi. Lo dimostra
il fatto che ai suoi tempi la Serenissima costituì il Magistrato alle Acque, il quale doveva
impedire che il regime delle correnti, delle maree e dei venti, aggiunto all'artificiosa e spesso 
inconsulta opera dell'uomo, portassero a conseguenze deleterie.
E non è scaduto ancora oggi. 
L'arenile di Jesolo è minacciato da correnti, mareggiate ne maree che di anno in anno
lo riducono. Nella zona di piazza Milana il mare è addirittura arrivato a cancellare del tutto 
la spiaggia e gli alberghi sonbo difesi da dighe che hanno contribuito ad abbruttire il 
panorama, con conseguenze facilmente immaginabili.
Quali sono le cause? C'è chi accusa le centrali elettriche che a monte imbrigliano l'energia 
dei fiumi, chi l'uscita del Piave a Cortellazzo, chi un movimento di bradisismo positivo che 
coinvolge la quasi totalità delle coste italiane e c'è anche chi accusa l'indiscriminata 
costruzione permessa dall'assenza di un razionale piano regolatore nei primi anni dello 
sviluppo del lido di Jesolo.
I provvedimenti presi dal 1967, quando quel problema esplose, ad oggi, non si sono 
quindi dimostrati in grado di risolvere definitivamente la questione. 
Il molo della larghezza di circa cinque metri, costruito sulla linea della battigia e rilevato su 
di essa, al tempo della costruzione, di circa 50 centimetri dalla parte del mare e i "pennelli"
costruiti per oltre quattro chilometri nella zona del faro non appaiono dei toccasana.
Ma è stato fatto un approfondito studio tecnico preventivo, è giusta una manomissione 
della spiaggia, c'erano altre alternative, è stato considerato abbastanza il dato fondamentale
del turismo, su cui Jesolo regge?
Nove o dieci anni fa, l'ingegner Schiavuta, incaricato dal Magistrato alle Acque, propose la 
costruzione di una diga foranea a circa 250 metri dalla spiaggia e parallela ad essa., interrotta 
da studiate aperture atte a non impedire il naturale giuoco delle acque e collegata alla riva 
da ponti.
Tale diga, impedendo l'asporto della sabbia dovuto alle maree (e non dalle mareggiate) dava
altresì i vantaggi di uno specchio d'acqua accessibile alla quasi totalità dei bagnanti 
(non bisogna dimenticare che Jesolo è stazione turistica di massa, la possibilità di attracco 
per piccole  imbarcazioni, maggiori attrattive di pesca e, ciò che il Lido di jesolo non possiede, una vera passeggiata a mare. 
L'opera avrebbe impegnato una spesa notevole (due miliardi), ma sarebbe stata valevole e
definitiva. E' inutile lasciarsi abbagliare da una spesa modesta: chi meno spende, più spende, ed è ora quindi che sia prospettata, valutata e realizzata un'opera che offra garanzie di definitività.


Nella mappa, il tratto di arenile (meno di un chilometro) che più soffrì la mareggiata




Aggiornamento dell 11 settembre 2014

Arriviamo poi ai giorni nostri
Pubblichiamo un reportage fotografico di Occhio Jesolano. E' di ieri, 10 settembre 2014, in Pineta.
Le crude immagini ci insegnano che nulla è cambiato dall'ultima settimana di quel gennaio del '71 e che forse scelte diverse andavano fatte.




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giovedì 28 agosto 2014

Turismo

Via Andrea Bafile
Quelli che hanno fatto grande Jesolo

Molte volte si sente parlare di crisi. Da alcuni anni a Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la nostra località. Discutendo tra amici, si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri, in quanto l'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Un pizzico di egoismo in queste affermazioni. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se a Jesolo non fossero sorti, tanti ed altri alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre,  se gli attuali letti disponibili a Jesolo sono largamente superiori alla richiesta, come mai non si è cercato il perchè della flessione? Potrebbe essere preso in considerazione il contrario. Se negli ultimi anni una regressione c'è stata, si potrebbe ricercare la causa in quelle aziende che non sono più competitive. 
   Potrebbe essere il caso in cui la gente non viene più a frotte nella nostra località e che ovviamente non si adatta più a qualsiasi tipo di infrastrutture ed attrezzature.  Bisogna prendere in considerazione che quei tempi non potranno più tornare e, di conseguenza, la realtà che oggi ci viene offerta con brutale veridicità ha tutt'altre proporzioni ed aspetti.  E' il caso di ricercare tra di noi quelle che potrebbero essere le cause della flessione della domanda turistica.  Semplicemente riteniamo che non sia più tempo di vendere un prodotto (Jesolo e le sue infrastrutture) senza conoscere profondamente il mercato al quale ci si rivolge. Se i nostri attuali posti letto non sono più in grado di competere con le odierne esigenze di tecnologie alberghiere e grande è la responsabilità di quelli che non hanno saputo tenere il passo con l'indice del progresso turistico.
Questo potrebbe anche essere un tema di argomento sul quale non vogliamo e non possiamo al momento dilungarci, ma riteniamo sia,  per ovvi motivi, da riallacciare ai precedenti nostri colloqui nei quali vedevamo la necessità di ristrutturare interamente le attrezzature del Lido, in una visione profondamente diversa dall'attuale.  E' naturale che ci siano pareri discordi, ma riteniamo comunque che se le attuali attrezzature ed infrastrutture disponibili oggi suJesolo fossero veramente in grado di competere con altri mercati, non si parlerebbe di "flessione turistica".
   Se c'è un calo, noi pensiamo anche sia dovuto a carenza di servizi,  ottimi fino a qualche anno fa, ma insufficienti oggi ed ancor più domani.  Il discorso si inserisce sulla necessità di dissociare le nostre aziende per crearne di più competitive (Creazione del Consorzio Jesolano Albergatori, ndr).  Pensiamo che uno degli scopi del nostro giornale debba essere anche quello di promuovere incontri, di fungere da guida, indicando le soluzioni possibili e necessarie a renderci operanti e più competitivi.
   Se di carenza si può parlare, bisogna analizzare per quale tipo di azienda sia in atto la crisi. 
Non vogliamo essere ottimisti nel ritenere che se tutte le aziende, le strutture ed infrastrutture e le attrezzature fossero sotto il profilo organizzativo e tecnico non ci sarebbe flessione. Nemmeno vogliamo essere pessimisti al punto di ritenere queste aziende deficitarie.
   Essendo degli operatori economici e turistici, riteniamo il principale dovere morale ricercare nella propria azienda il motivo delle carenze.
   Non  possiamo continuare ad invocare aiuto dall'alto. In quanto chi sta sopra, oltre ad avere la vista corta, non puo' conoscere a fondo i problemi del settore.
   Più importante del capitale, nel dirigere un'azienda, è la preparazione tecnico professionale che ci permetta di analizzare tutti i fattori, una coscienza che ci induca ad acquisire esperienze,  perfezionando la conoscenza dei flussi turistici in modo da indirizzarli.
   Si parla molto di azioni pubblicitarie per riscattare la nostra località. Siamo d'accordo, ma riteniamo che la pubblicità serva esclusivamente ad offrire un prodotto vendibile ed appetibile e quindi accettabile. Riteniamo che una azione promozionale non ben congegnata, non conscia delle attuali verità, potrebbe rivelarsi negativa. Dobbiamo fare in modo che Jesolo sia superiore ad ogni aspettativa pubblicitaria.
   Ritornando all'inizio dobbiamo, in un discorso globale, mettere sul tavolo del confronto tutta la programmazione dell' A.A.S.T e dell'Amministrazione Comunale in una visione di equipe, con un indirizzo economico e non politico e non seggetta ad interessi diversi da quelli del turismo.
   Non esistono fini di alcun genere nella nostra azione. Se ci poniamo quesiti,  se ci battiamo, se programmiamo è  perchè ci sta a cuore Jesolo, perchè ci viviamo, lavoriamo ed operiamo da anni, ed intendiamo qui fermarci. Non intendiamo abbandonare quello che abbiamo tutti insieme creato. Intendiamo affermare che è maturo il momento in cui tutti debbano sedere intorno ad un grande tavolo.

Aldo Giannetti

15 marzo 1972

pubblicato su Jesolo2000 Anno I numero 5

Jesolo, quando eravamo Re. Campioni d'Italia 1973



Quelli che hanno fatto grande Jesolo

1972. Ancora si giocava al Bennati. In piedi da sinistra l' allenatore Realini, Serafini, Ferronato, Capeleto, Bastianuto, Gidone Tedesco, Berton. Accasciati Porzionati, Giacchetto, Visentin Basso, Talon. Questa squadra (integrata da Veronese, Spadari, Bellei, Orazio, Giorgio Tedesco, e Beretta) nel 1973 vinse la Coppa Italia dilettanti, laureandosi la compagine in assoluto più forte. I ragazzi erano tutti sui 22 anni (età media), condotti dai "vecchietti" Beretta (veniva dal Brescia seria A) e Gidone la bandiera.

sabato 23 agosto 2014

Cortellazzo, la Grande Guerra e la ricostruzione

Quelli che hanno fatto grande Jesolo


 Cortellazzo- La ricostruzione iniziò al lume delle candele. Su Jesolo 2000, edito dalla C.J.A., il 15 marzo 1972, pubblicammo un racconto della tragica odissea di soldati e mamme durante la Grande Guerra. La pagina fu realizzata da: Tino Corradini (articoli) Adri Stella ed Adriano Bortoluzzo (foto) Gabriele Muti (coordinamento) e Elio Ongaro, al quale ancora oggi va il grandissimo merito della collaborazione e l'aiuto per la ricerca di persone , documenti e fotografie dell'epoca). " Cinquantaquattro anni fa, pazzo inverno anche allora con piogge e nebbie, Cortellazzo, Cavazuccherina, Passarella stavano vivendo il lungo calvario delle zone rivierasche del Piave, di mezzo Veneto. Un calvario che era iniziato in quei giorni uggiosi di fine ottobre, quando l'esercito autro-ungarico sferro l'offensiva di Caporetto, la "Operazione valanga" che doveva portare le armate a dilagare nel Veneto, raggiungere Treviso, Venezia, Padova, il Po. Durò mesi quell'allucinante battaglia e Cortellazzo, Grisolera, Cavazuccherina, San Donà di Piave pagarono lo scotto maggiore. Questi centri ad un certo momento rimasero solo sulla carta geografica, perchè di essi non restarono che enormi pietraie, null'altro che macerie. A Cortellazzo, forse più che altrove, soldati e popolo furono assieme, e mai perdettero la fiducia, la fede. Gli austriaci erano davanti a loro, appena al di là del Piave e del Cavetta... *** (Dove s'annidavano le mitragliatrici ed i cecchini austriaci, seminascosti tra le macerie delle case, ora vi sono dei bimbi che giocano, e graziose costruzioni. Gruppetti di turisti stanno cercando appartamenti per quest'estate): *** ...ma anche - nel giugno 1918 - per le strade di Cortellazzo ridotto ad un cumulo di macerie. Ma forse mai gli abitanti di questa zona dubitarono di vivere all'ombra di una bandiera che non fosse il tricolore. Per alcuni mesi divisero stenti e ripari con i soldati
in grigioverde, con i bersaglieri. Poi, nelle immediate retrovie (perchè molti vollero restare vicini ai loro focolari) mangiarono lo stesso pane raffermo, guardarono con amarezza verso il loro paese dove ad occhio nudo era possibile vedere l'invasore. C'erano freddo e pioggia, c'erano i colpi sordi delle granate che cadevano non lontano, c'erano i padri, i fratelli in guerra, i parenti rimasti - in quel disperato e catastrofico 1917 - nel territorio occupato, ma questa gente, e molti lo ricordano ancora con fierezza, ma senza retorica, era sicura che l'invasore sarebbe stato cacciato. Lo capirono in quelle afose giornate del giugno-luglio 1918 quando i soldati che avevano visto laceri, sfiduciati e stanchi al tempo di Caporetto, li rivedero galvanizzati, fiduciosi, avviarsi verso la prima linea, il Piave, per combattere con grinta, affrontare con incoscienza i pericoli, aggrapparsi agli alberi, ai cespugli, fare di qualsiasi ostacolo una trincea perchè il nemico non guadagnasse un solo metro. Sparavano con rabbia, con fredda determinazione. Combattevano avendo - moltissimi - le loro case a pochi chilometri, i campanili delle chiese, dove erano stati battezzati, o si erano sposati, si incontravano con le loro mamme, con le loro sorelle, le mogli, perchè a Cortellazzo, a Cavazuccherina, a Caposile, non pochi di quei soldati ci stavano di casa, avevano giocato per quei fossati, per quelle strade, in riva al mare. Lì erano nati, lì erano cresciuti, lì avevano i loro cari e quel piccolo paese, quel lembo di terra, oltre ad essere territorio italiano, era il loro mondo. Tutti, giovanissimi ede anziani, compirono sempre meravigliosamente il loro dovere, si sacrificarono, trasformarono questa piaga nel loro nGolgota. Dopo l'armistizio una schiera di questi uomini validissimi riceveva il pacco vestiario e veniva mandato a... casa. A casa? Quale casa? Qui a Cortellazzo non c'erano che macerie, reticolati e fortini lungo tutto il Cavetta fino al punto in cui il canale si butta nel Piave... *** (Dalle case distrutte è sorto ora, stretto tra la sponda sinistra del Cavetta e la destra del Piave, un ristorante, quello di Elio Ongaro. Soprattutto d'estate è affollatissimo. Alle pareti sono appese le foto di quei giorni lontani, di quella tragedia). *** ...passato e ripassato dagli opposti eserciti. Raggiunsero, quei reduci, le famiglie nei vari luoghi d'Italia dove erano state avviate in parte dopo l'evacuazione. Nascosero la ultima ondata di sdegno udendo
dalle voci dei familiari le sofferenze e le lunghe umiliazioni patite. Tornarono ai loro paesi e in lunghe processioni, percorsero le sponde del fiume tra i grovigli dei reticolati, fra le trincee incise nei campi, fra i cimiteri di guerra, tra i proiettili dispersi ed ancora inesplosi. Attorno era lo squallore grave e disperato che pesa sui campi di battaglia abbandonati. Dov'era il campanile non rimaneva che un troncone. I profughi si guardarono attorno: nessun riparo. Ma a Cortellazzo e a Cavazuccherina i profughi , i paesani con ancora addosso le divise sgomberarono le strade dai detriti, tumularono i caduti, piansero i loro morti, ma poi, asciugarono subito le lacrime, messa da parte la disperazione, si rimboccarono le maniche lavorando anche al lume delle candele. E Cortellazzo e Cavazuccherina risorsero. (Articolo di Tino Corradini, Da JESOLO 2000, quindicinale di Turismo Cultura Attualità Direttore responsabile Tino Corradini - Ufficio cronaca Gabriele Muti - Comitato di redazione Aldo Giannetti, Vittorio Pavan, Carlo Tagliapietra, Alfredo Tambosso, Franco Urbani) Dal numero ANNO I° - NUMERO 5 - 15 MARZO 1972, pagina 4)


Andrea Bafile

La genorosità gli costò la vita



In basso a destra una foto nella quale, tra gli altri, in divisa, è ritratto Andrea Bafile segnalato dalla x a pennarello. Nell'articolo il racconto del suo sacrificio... "La notte del 12 marzo 1918 il tenente di vascello Andrea Bafile, comandante del battaglione di marina Monfalcone, decise di esplorare la sponda sinistra del Piave in mano austriaca. Gettatosi a nuoto da Cortellazzo, insieme ad altri arditi, riuscì a compiere la coraggiosa esplorazione. Sulla via del ritorno, mentre era sulla sponda destra del fiume si accorse che uno dei marinai era rimasto sull'altra riva ferito. Si rituffò nel Piave, ma, scoperto dal nemico, venne colpito a morte. Le sue ultime parole furono di incoraggiamento ai suoi marinai ed al compagno rimasto ferito. Fu decorato di medaglia d'oro alla memoria. (Nella foto, il ten Bafile, secondo da destra, fotografato davanti alla chiesa di Cortellazzo)