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EDITORIALE - C'è crisi. A Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la località. Si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri. L'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se non fossero sorti, tanti e tali alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre... (segue pagine interne)

IL TERRITORIO ABBANDONATO: ...Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia... Giovanni Valentini - la Repubblica - 3 marzo 2011
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mercoledì 27 agosto 2014

Bassano - La Casa di Hemingway

Ca’ Erizzo a Bassano diventa un museo dedicato allo scrittore: Proprio qui venne ricoverato. Libri, giornali e video ricostruiscono i giorni veneti dell’autore di «Addio alle armi»

«Vorrei essere seppellito lassù, lungo il Brenta, dove sorgono le grandi ville coi platani, giardini, prati, cipressi… ». Ernest Hemingway lo fece dire al protagonista del suo romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi (1950), che proseguiva: «Io sono un ragazzo del Veneto… un ragazzo del Pasubio… del Basso Piave… un ragazzo del Grappa». L’amore dello scrittore americano per questa terra che conobbe da ragazzo lo spalmò in diverse pagine dei suoi racconti e nelle lettere dal fronte italiano della grande guerra. Lo si capisce a Bassano del Grappa visitando in Ca’ Erizzo il nuovo storico Museo Hemingway e della Grande Guerra, aperto nei week-end (si inaugurerà in settembre). Ad aver scoperto nel 1979 dove il futuro premio Nobel per la letteratura rimase a fine ottobre 1918 è stato lo storico bassanese Giovanni Cecchin, che nel racconto inedito La scomparsa di Pickles McCarty trovò precisi riferimenti a questa villa. Poi dagli amici di Hemingway Cecchin seppe dell’attenzione che lo scrittore prestava alle donne che lavavano i panni nel Brenta e delle sue visite alla grapperia Nardini.
Come mostrano diverse immagini dell’itinerario fotografico che, assieme a libri, giornali e video costituiscono l’esposizione nelle cinque sale, villa Erizzo è la scelta giusta per raccontare l’Hemingway «italiano». Il tenente dell’Illinois, autista volontario di una delle cento ambulanze Usa inviate in Italia, la notte dell’8 luglio 1918 vicino a Fossalta di Piave fu colpito a una gamba da 28 schegge di mitraglia mentre portava in spalla un ferito; operato a Milano e decorato dagli italiani con medaglia d’argento, volle riavvicinarsi al fronte. Arrivò a Bassano in villa Erizzo, una delle tre sedi della Croce Rossa Americana (le altre erano a Roncade e a Casale sul Sile), dove c’erano anche altri scrittori di Harvard. Dalla villa Hemingway guardava il fiume trasparente, di cui si innamorò, e i vicini monti dove si vedevano i combattimenti. I riferimenti ai luoghi sono contenuti nelle foto della mostra e nei suoi romanzi, come in Addio alle armi del 1929. Nervesa della battaglia, Villafranca, Fanzolo, Fossalta di Piave, Valstagna, Treviso, Casier, Dosson, Arsiè sono solo alcune località che si ritrovano in queste foto di guerra: qualcuna scattata dallo stesso romanziere, altre che lo ritraggono ferito o mentre in bici porta rifornimenti in trincea.
C’è un biplano italiano abbattuto nel Brenta davanti a Ca’ Erizzo, ci sono le ambulanze americane nel giardino della villa, il ponte di Palladio bersagliato dagli austriaci nella foto pubblicata il 3 novembre 1918 dal New York Times, la gipsoteca di Canova danneggiata dalle granate. Ma ci sono anche le immagini di Hemingway a letto convalescente a Bassano, il principe di Galles all’aerodromo di Villafranca veronese e le foto che lo scrittore scattò, tra cui: il futuro Duca d’Aosta in visita alle truppe, il ritratto del soldato Achille Schileo che pare un bambino, un italiano e un austriaco che si sono dati la morte a colpi di baionetta, un muro di Fossalta su cui un ufficiale degli arditi aveva tracciato con la vernice nera la frase che Hemingway riportò nei suoi scritti: «Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecora». La mostra apre sabato e domenica (9,30- 13, 15- 18,30) con ingresso a 5 euro e nei feriali gruppi su prenotazione (0424 470954 info@ villacaerizzoluca.it).
In un appunto il romanziere ricorda i soldati italiani finiti sotto le granate: «L’orrore di un camion stipato di uomini così centrato non è descritto neppure da Dante nel suo Inferno… In lontananza, dalla colonna al buio, uno degli arditi incominciò a cantare con una voce da tenore chiara e potente. A lui si unirono gli altri del camion… Un’altra bomba venne a scoppiare sulla colonna che s’era fermata. Un urlo acutissimo superò il volume della canzone, ma il battaglione passò alla seconda strofa…» Un altro suo brano inedito del 1918 descrive la passione di Hemingway per la terra veneta che più volte tornò a visitare: «Avrei potuto tornarmene a Washington… Ma tu hai mai visto il sole sorgere, almeno una volta dal monte Grappa, o sentito nel sangue dentro di te il crepuscolo di giugno sulle Dolomiti, o gustato il liquore Strega a Cittadella, o camminato di notte per le vie di Vicenza sotto un bombardamento di luna?».

sabato 23 agosto 2014

Cortellazzo, la Grande Guerra e la ricostruzione

Quelli che hanno fatto grande Jesolo


 Cortellazzo- La ricostruzione iniziò al lume delle candele. Su Jesolo 2000, edito dalla C.J.A., il 15 marzo 1972, pubblicammo un racconto della tragica odissea di soldati e mamme durante la Grande Guerra. La pagina fu realizzata da: Tino Corradini (articoli) Adri Stella ed Adriano Bortoluzzo (foto) Gabriele Muti (coordinamento) e Elio Ongaro, al quale ancora oggi va il grandissimo merito della collaborazione e l'aiuto per la ricerca di persone , documenti e fotografie dell'epoca). " Cinquantaquattro anni fa, pazzo inverno anche allora con piogge e nebbie, Cortellazzo, Cavazuccherina, Passarella stavano vivendo il lungo calvario delle zone rivierasche del Piave, di mezzo Veneto. Un calvario che era iniziato in quei giorni uggiosi di fine ottobre, quando l'esercito autro-ungarico sferro l'offensiva di Caporetto, la "Operazione valanga" che doveva portare le armate a dilagare nel Veneto, raggiungere Treviso, Venezia, Padova, il Po. Durò mesi quell'allucinante battaglia e Cortellazzo, Grisolera, Cavazuccherina, San Donà di Piave pagarono lo scotto maggiore. Questi centri ad un certo momento rimasero solo sulla carta geografica, perchè di essi non restarono che enormi pietraie, null'altro che macerie. A Cortellazzo, forse più che altrove, soldati e popolo furono assieme, e mai perdettero la fiducia, la fede. Gli austriaci erano davanti a loro, appena al di là del Piave e del Cavetta... *** (Dove s'annidavano le mitragliatrici ed i cecchini austriaci, seminascosti tra le macerie delle case, ora vi sono dei bimbi che giocano, e graziose costruzioni. Gruppetti di turisti stanno cercando appartamenti per quest'estate): *** ...ma anche - nel giugno 1918 - per le strade di Cortellazzo ridotto ad un cumulo di macerie. Ma forse mai gli abitanti di questa zona dubitarono di vivere all'ombra di una bandiera che non fosse il tricolore. Per alcuni mesi divisero stenti e ripari con i soldati
in grigioverde, con i bersaglieri. Poi, nelle immediate retrovie (perchè molti vollero restare vicini ai loro focolari) mangiarono lo stesso pane raffermo, guardarono con amarezza verso il loro paese dove ad occhio nudo era possibile vedere l'invasore. C'erano freddo e pioggia, c'erano i colpi sordi delle granate che cadevano non lontano, c'erano i padri, i fratelli in guerra, i parenti rimasti - in quel disperato e catastrofico 1917 - nel territorio occupato, ma questa gente, e molti lo ricordano ancora con fierezza, ma senza retorica, era sicura che l'invasore sarebbe stato cacciato. Lo capirono in quelle afose giornate del giugno-luglio 1918 quando i soldati che avevano visto laceri, sfiduciati e stanchi al tempo di Caporetto, li rivedero galvanizzati, fiduciosi, avviarsi verso la prima linea, il Piave, per combattere con grinta, affrontare con incoscienza i pericoli, aggrapparsi agli alberi, ai cespugli, fare di qualsiasi ostacolo una trincea perchè il nemico non guadagnasse un solo metro. Sparavano con rabbia, con fredda determinazione. Combattevano avendo - moltissimi - le loro case a pochi chilometri, i campanili delle chiese, dove erano stati battezzati, o si erano sposati, si incontravano con le loro mamme, con le loro sorelle, le mogli, perchè a Cortellazzo, a Cavazuccherina, a Caposile, non pochi di quei soldati ci stavano di casa, avevano giocato per quei fossati, per quelle strade, in riva al mare. Lì erano nati, lì erano cresciuti, lì avevano i loro cari e quel piccolo paese, quel lembo di terra, oltre ad essere territorio italiano, era il loro mondo. Tutti, giovanissimi ede anziani, compirono sempre meravigliosamente il loro dovere, si sacrificarono, trasformarono questa piaga nel loro nGolgota. Dopo l'armistizio una schiera di questi uomini validissimi riceveva il pacco vestiario e veniva mandato a... casa. A casa? Quale casa? Qui a Cortellazzo non c'erano che macerie, reticolati e fortini lungo tutto il Cavetta fino al punto in cui il canale si butta nel Piave... *** (Dalle case distrutte è sorto ora, stretto tra la sponda sinistra del Cavetta e la destra del Piave, un ristorante, quello di Elio Ongaro. Soprattutto d'estate è affollatissimo. Alle pareti sono appese le foto di quei giorni lontani, di quella tragedia). *** ...passato e ripassato dagli opposti eserciti. Raggiunsero, quei reduci, le famiglie nei vari luoghi d'Italia dove erano state avviate in parte dopo l'evacuazione. Nascosero la ultima ondata di sdegno udendo
dalle voci dei familiari le sofferenze e le lunghe umiliazioni patite. Tornarono ai loro paesi e in lunghe processioni, percorsero le sponde del fiume tra i grovigli dei reticolati, fra le trincee incise nei campi, fra i cimiteri di guerra, tra i proiettili dispersi ed ancora inesplosi. Attorno era lo squallore grave e disperato che pesa sui campi di battaglia abbandonati. Dov'era il campanile non rimaneva che un troncone. I profughi si guardarono attorno: nessun riparo. Ma a Cortellazzo e a Cavazuccherina i profughi , i paesani con ancora addosso le divise sgomberarono le strade dai detriti, tumularono i caduti, piansero i loro morti, ma poi, asciugarono subito le lacrime, messa da parte la disperazione, si rimboccarono le maniche lavorando anche al lume delle candele. E Cortellazzo e Cavazuccherina risorsero. (Articolo di Tino Corradini, Da JESOLO 2000, quindicinale di Turismo Cultura Attualità Direttore responsabile Tino Corradini - Ufficio cronaca Gabriele Muti - Comitato di redazione Aldo Giannetti, Vittorio Pavan, Carlo Tagliapietra, Alfredo Tambosso, Franco Urbani) Dal numero ANNO I° - NUMERO 5 - 15 MARZO 1972, pagina 4)


Andrea Bafile

La genorosità gli costò la vita



In basso a destra una foto nella quale, tra gli altri, in divisa, è ritratto Andrea Bafile segnalato dalla x a pennarello. Nell'articolo il racconto del suo sacrificio... "La notte del 12 marzo 1918 il tenente di vascello Andrea Bafile, comandante del battaglione di marina Monfalcone, decise di esplorare la sponda sinistra del Piave in mano austriaca. Gettatosi a nuoto da Cortellazzo, insieme ad altri arditi, riuscì a compiere la coraggiosa esplorazione. Sulla via del ritorno, mentre era sulla sponda destra del fiume si accorse che uno dei marinai era rimasto sull'altra riva ferito. Si rituffò nel Piave, ma, scoperto dal nemico, venne colpito a morte. Le sue ultime parole furono di incoraggiamento ai suoi marinai ed al compagno rimasto ferito. Fu decorato di medaglia d'oro alla memoria. (Nella foto, il ten Bafile, secondo da destra, fotografato davanti alla chiesa di Cortellazzo)