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EDITORIALE - C'è crisi. A Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la località. Si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri. L'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se non fossero sorti, tanti e tali alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre... (segue pagine interne)

IL TERRITORIO ABBANDONATO: ...Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia... Giovanni Valentini - la Repubblica - 3 marzo 2011
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giovedì 28 agosto 2014

Turismo

Via Andrea Bafile
Quelli che hanno fatto grande Jesolo

Molte volte si sente parlare di crisi. Da alcuni anni a Jesolo c'è sempre meno richiesta. Molti stanno abbandonando la nostra località. Discutendo tra amici, si è sentito affermare in maniera categorica che è impensabile la costruzione di ulteriori complessi alberghieri od extra alberghieri, in quanto l'attuale ricettività di Jesolo è più che sufficiente, perchè l'arenile non puo' ospitare oltre il numero concesso, anche per garantire un certo equilibrio alle aziende esistenti per gli anni a venire. Un pizzico di egoismo in queste affermazioni. Vorremmo, se possibile, iniziare un piccolo ragionamento su questo tema. Se a Jesolo non fossero sorti, tanti ed altri alberghi vent'anni fa. Se non fossero sorti nè bar, nè condomini, nè negozi e coloro i quali rappresentavano allora le aziende esistenti non ne avessero permesso la costruzione, cosa sarebbe di Jesolo oggi? Ed inoltre,  se gli attuali letti disponibili a Jesolo sono largamente superiori alla richiesta, come mai non si è cercato il perchè della flessione? Potrebbe essere preso in considerazione il contrario. Se negli ultimi anni una regressione c'è stata, si potrebbe ricercare la causa in quelle aziende che non sono più competitive. 
   Potrebbe essere il caso in cui la gente non viene più a frotte nella nostra località e che ovviamente non si adatta più a qualsiasi tipo di infrastrutture ed attrezzature.  Bisogna prendere in considerazione che quei tempi non potranno più tornare e, di conseguenza, la realtà che oggi ci viene offerta con brutale veridicità ha tutt'altre proporzioni ed aspetti.  E' il caso di ricercare tra di noi quelle che potrebbero essere le cause della flessione della domanda turistica.  Semplicemente riteniamo che non sia più tempo di vendere un prodotto (Jesolo e le sue infrastrutture) senza conoscere profondamente il mercato al quale ci si rivolge. Se i nostri attuali posti letto non sono più in grado di competere con le odierne esigenze di tecnologie alberghiere e grande è la responsabilità di quelli che non hanno saputo tenere il passo con l'indice del progresso turistico.
Questo potrebbe anche essere un tema di argomento sul quale non vogliamo e non possiamo al momento dilungarci, ma riteniamo sia,  per ovvi motivi, da riallacciare ai precedenti nostri colloqui nei quali vedevamo la necessità di ristrutturare interamente le attrezzature del Lido, in una visione profondamente diversa dall'attuale.  E' naturale che ci siano pareri discordi, ma riteniamo comunque che se le attuali attrezzature ed infrastrutture disponibili oggi suJesolo fossero veramente in grado di competere con altri mercati, non si parlerebbe di "flessione turistica".
   Se c'è un calo, noi pensiamo anche sia dovuto a carenza di servizi,  ottimi fino a qualche anno fa, ma insufficienti oggi ed ancor più domani.  Il discorso si inserisce sulla necessità di dissociare le nostre aziende per crearne di più competitive (Creazione del Consorzio Jesolano Albergatori, ndr).  Pensiamo che uno degli scopi del nostro giornale debba essere anche quello di promuovere incontri, di fungere da guida, indicando le soluzioni possibili e necessarie a renderci operanti e più competitivi.
   Se di carenza si può parlare, bisogna analizzare per quale tipo di azienda sia in atto la crisi. 
Non vogliamo essere ottimisti nel ritenere che se tutte le aziende, le strutture ed infrastrutture e le attrezzature fossero sotto il profilo organizzativo e tecnico non ci sarebbe flessione. Nemmeno vogliamo essere pessimisti al punto di ritenere queste aziende deficitarie.
   Essendo degli operatori economici e turistici, riteniamo il principale dovere morale ricercare nella propria azienda il motivo delle carenze.
   Non  possiamo continuare ad invocare aiuto dall'alto. In quanto chi sta sopra, oltre ad avere la vista corta, non puo' conoscere a fondo i problemi del settore.
   Più importante del capitale, nel dirigere un'azienda, è la preparazione tecnico professionale che ci permetta di analizzare tutti i fattori, una coscienza che ci induca ad acquisire esperienze,  perfezionando la conoscenza dei flussi turistici in modo da indirizzarli.
   Si parla molto di azioni pubblicitarie per riscattare la nostra località. Siamo d'accordo, ma riteniamo che la pubblicità serva esclusivamente ad offrire un prodotto vendibile ed appetibile e quindi accettabile. Riteniamo che una azione promozionale non ben congegnata, non conscia delle attuali verità, potrebbe rivelarsi negativa. Dobbiamo fare in modo che Jesolo sia superiore ad ogni aspettativa pubblicitaria.
   Ritornando all'inizio dobbiamo, in un discorso globale, mettere sul tavolo del confronto tutta la programmazione dell' A.A.S.T e dell'Amministrazione Comunale in una visione di equipe, con un indirizzo economico e non politico e non seggetta ad interessi diversi da quelli del turismo.
   Non esistono fini di alcun genere nella nostra azione. Se ci poniamo quesiti,  se ci battiamo, se programmiamo è  perchè ci sta a cuore Jesolo, perchè ci viviamo, lavoriamo ed operiamo da anni, ed intendiamo qui fermarci. Non intendiamo abbandonare quello che abbiamo tutti insieme creato. Intendiamo affermare che è maturo il momento in cui tutti debbano sedere intorno ad un grande tavolo.

Aldo Giannetti

15 marzo 1972

pubblicato su Jesolo2000 Anno I numero 5

Jesolo, quando eravamo Re. Campioni d'Italia 1973



Quelli che hanno fatto grande Jesolo

1972. Ancora si giocava al Bennati. In piedi da sinistra l' allenatore Realini, Serafini, Ferronato, Capeleto, Bastianuto, Gidone Tedesco, Berton. Accasciati Porzionati, Giacchetto, Visentin Basso, Talon. Questa squadra (integrata da Veronese, Spadari, Bellei, Orazio, Giorgio Tedesco, e Beretta) nel 1973 vinse la Coppa Italia dilettanti, laureandosi la compagine in assoluto più forte. I ragazzi erano tutti sui 22 anni (età media), condotti dai "vecchietti" Beretta (veniva dal Brescia seria A) e Gidone la bandiera.

sabato 23 agosto 2014

Cortellazzo, la Grande Guerra e la ricostruzione

Quelli che hanno fatto grande Jesolo


 Cortellazzo- La ricostruzione iniziò al lume delle candele. Su Jesolo 2000, edito dalla C.J.A., il 15 marzo 1972, pubblicammo un racconto della tragica odissea di soldati e mamme durante la Grande Guerra. La pagina fu realizzata da: Tino Corradini (articoli) Adri Stella ed Adriano Bortoluzzo (foto) Gabriele Muti (coordinamento) e Elio Ongaro, al quale ancora oggi va il grandissimo merito della collaborazione e l'aiuto per la ricerca di persone , documenti e fotografie dell'epoca). " Cinquantaquattro anni fa, pazzo inverno anche allora con piogge e nebbie, Cortellazzo, Cavazuccherina, Passarella stavano vivendo il lungo calvario delle zone rivierasche del Piave, di mezzo Veneto. Un calvario che era iniziato in quei giorni uggiosi di fine ottobre, quando l'esercito autro-ungarico sferro l'offensiva di Caporetto, la "Operazione valanga" che doveva portare le armate a dilagare nel Veneto, raggiungere Treviso, Venezia, Padova, il Po. Durò mesi quell'allucinante battaglia e Cortellazzo, Grisolera, Cavazuccherina, San Donà di Piave pagarono lo scotto maggiore. Questi centri ad un certo momento rimasero solo sulla carta geografica, perchè di essi non restarono che enormi pietraie, null'altro che macerie. A Cortellazzo, forse più che altrove, soldati e popolo furono assieme, e mai perdettero la fiducia, la fede. Gli austriaci erano davanti a loro, appena al di là del Piave e del Cavetta... *** (Dove s'annidavano le mitragliatrici ed i cecchini austriaci, seminascosti tra le macerie delle case, ora vi sono dei bimbi che giocano, e graziose costruzioni. Gruppetti di turisti stanno cercando appartamenti per quest'estate): *** ...ma anche - nel giugno 1918 - per le strade di Cortellazzo ridotto ad un cumulo di macerie. Ma forse mai gli abitanti di questa zona dubitarono di vivere all'ombra di una bandiera che non fosse il tricolore. Per alcuni mesi divisero stenti e ripari con i soldati
in grigioverde, con i bersaglieri. Poi, nelle immediate retrovie (perchè molti vollero restare vicini ai loro focolari) mangiarono lo stesso pane raffermo, guardarono con amarezza verso il loro paese dove ad occhio nudo era possibile vedere l'invasore. C'erano freddo e pioggia, c'erano i colpi sordi delle granate che cadevano non lontano, c'erano i padri, i fratelli in guerra, i parenti rimasti - in quel disperato e catastrofico 1917 - nel territorio occupato, ma questa gente, e molti lo ricordano ancora con fierezza, ma senza retorica, era sicura che l'invasore sarebbe stato cacciato. Lo capirono in quelle afose giornate del giugno-luglio 1918 quando i soldati che avevano visto laceri, sfiduciati e stanchi al tempo di Caporetto, li rivedero galvanizzati, fiduciosi, avviarsi verso la prima linea, il Piave, per combattere con grinta, affrontare con incoscienza i pericoli, aggrapparsi agli alberi, ai cespugli, fare di qualsiasi ostacolo una trincea perchè il nemico non guadagnasse un solo metro. Sparavano con rabbia, con fredda determinazione. Combattevano avendo - moltissimi - le loro case a pochi chilometri, i campanili delle chiese, dove erano stati battezzati, o si erano sposati, si incontravano con le loro mamme, con le loro sorelle, le mogli, perchè a Cortellazzo, a Cavazuccherina, a Caposile, non pochi di quei soldati ci stavano di casa, avevano giocato per quei fossati, per quelle strade, in riva al mare. Lì erano nati, lì erano cresciuti, lì avevano i loro cari e quel piccolo paese, quel lembo di terra, oltre ad essere territorio italiano, era il loro mondo. Tutti, giovanissimi ede anziani, compirono sempre meravigliosamente il loro dovere, si sacrificarono, trasformarono questa piaga nel loro nGolgota. Dopo l'armistizio una schiera di questi uomini validissimi riceveva il pacco vestiario e veniva mandato a... casa. A casa? Quale casa? Qui a Cortellazzo non c'erano che macerie, reticolati e fortini lungo tutto il Cavetta fino al punto in cui il canale si butta nel Piave... *** (Dalle case distrutte è sorto ora, stretto tra la sponda sinistra del Cavetta e la destra del Piave, un ristorante, quello di Elio Ongaro. Soprattutto d'estate è affollatissimo. Alle pareti sono appese le foto di quei giorni lontani, di quella tragedia). *** ...passato e ripassato dagli opposti eserciti. Raggiunsero, quei reduci, le famiglie nei vari luoghi d'Italia dove erano state avviate in parte dopo l'evacuazione. Nascosero la ultima ondata di sdegno udendo
dalle voci dei familiari le sofferenze e le lunghe umiliazioni patite. Tornarono ai loro paesi e in lunghe processioni, percorsero le sponde del fiume tra i grovigli dei reticolati, fra le trincee incise nei campi, fra i cimiteri di guerra, tra i proiettili dispersi ed ancora inesplosi. Attorno era lo squallore grave e disperato che pesa sui campi di battaglia abbandonati. Dov'era il campanile non rimaneva che un troncone. I profughi si guardarono attorno: nessun riparo. Ma a Cortellazzo e a Cavazuccherina i profughi , i paesani con ancora addosso le divise sgomberarono le strade dai detriti, tumularono i caduti, piansero i loro morti, ma poi, asciugarono subito le lacrime, messa da parte la disperazione, si rimboccarono le maniche lavorando anche al lume delle candele. E Cortellazzo e Cavazuccherina risorsero. (Articolo di Tino Corradini, Da JESOLO 2000, quindicinale di Turismo Cultura Attualità Direttore responsabile Tino Corradini - Ufficio cronaca Gabriele Muti - Comitato di redazione Aldo Giannetti, Vittorio Pavan, Carlo Tagliapietra, Alfredo Tambosso, Franco Urbani) Dal numero ANNO I° - NUMERO 5 - 15 MARZO 1972, pagina 4)


Andrea Bafile

La genorosità gli costò la vita



In basso a destra una foto nella quale, tra gli altri, in divisa, è ritratto Andrea Bafile segnalato dalla x a pennarello. Nell'articolo il racconto del suo sacrificio... "La notte del 12 marzo 1918 il tenente di vascello Andrea Bafile, comandante del battaglione di marina Monfalcone, decise di esplorare la sponda sinistra del Piave in mano austriaca. Gettatosi a nuoto da Cortellazzo, insieme ad altri arditi, riuscì a compiere la coraggiosa esplorazione. Sulla via del ritorno, mentre era sulla sponda destra del fiume si accorse che uno dei marinai era rimasto sull'altra riva ferito. Si rituffò nel Piave, ma, scoperto dal nemico, venne colpito a morte. Le sue ultime parole furono di incoraggiamento ai suoi marinai ed al compagno rimasto ferito. Fu decorato di medaglia d'oro alla memoria. (Nella foto, il ten Bafile, secondo da destra, fotografato davanti alla chiesa di Cortellazzo)